In via della Trinità dei Pellegrini, dalle parti di Ponte Sisto, a Roma, Giampiero Mughini ha abitato nella stessa casa per trent'anni: quelli più importanti, della maturazione professionale e sentimentale. ►
Vi era arrivato poco più che ventenne nel gennaio del 1970, con seimila lire in tasca e la macchina da scrivere «Valentina», che gli avrebbe permesso di guadagnare il pane e il companatico per vivere. Erano gli anni vorticosi in cui un'intera generazione stava cercando la sua «pedana elastica», con cui spiccare il salto verso i luoghi e i ruoli professionali più atti a trasformare la società. Mughini, come tanti suoi coetanei, era allora molto a sinistra, seppure di una sinistra libertaria e dada più che marxista, e l'idea di casa e di ospitalità era assai diversa da quella attuale. Nel corso del tempo l'appartamento si è popolato non solo di persone, ma anche di oggetti - vasi in vetro o in ceramica, foto, disegni, libri in prima edizione -, acquistati purché fossero nei modi e nei linguaggi del Novecento. Oggi è divenuto una sorta di casa collezione del gran secolo italiano, che però alle volte rischia di diventare una «prigione, una bellissima prigione». In questo racconto, che è innanzitutto il ritratto di un'epoca e una saga generazionale, l'autore ci fa entrare nelle sue stanze come ospiti invisibili, presentandoci i suoi amici più cari (quelli che mangiavano in cucina), i numerosi invitati a cena (mai in più di sei intorno al tavolo del soggiorno) - da Barbara Palombelli a Marina e Carlo Ripa di Meana, da Enrico Mentana a Massimo Cacciari, da Paolo Mieli a Walter To-bagi, solo per citarne alcuni -, i compagni di un tempo ormai allontanatisi, le ragazze (i cui polpacci si tendevano mentre salivano le scale che portavano al piano superiore, quello degli accadimenti privati), la madre. Nella casa di via della Trinità dei Pellegrini, che ora si appresta a lasciare, un ventenne acerbo e furente è divenuto un uomo, che non è più di sinistra ma neppure di destra, aperto a tutto fuorché ai cretini.
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Vi era arrivato poco più che ventenne nel gennaio del 1970, con seimila lire in tasca e la macchina da scrivere «Valentina», che gli avrebbe permesso di guadagnare il pane e il companatico per vivere. Erano gli anni vorticosi in cui un'intera generazione stava cercando la sua «pedana elastica», con cui spiccare il salto verso i luoghi e i ruoli professionali più atti a trasformare la società. Mughini, come tanti suoi coetanei, era allora molto a sinistra, seppure di una sinistra libertaria e dada più che marxista, e l'idea di casa e di ospitalità era assai diversa da quella attuale.
Nel corso del tempo l'appartamento si è popolato non solo di persone, ma anche di oggetti - vasi in vetro o in ceramica, foto, disegni, libri in prima edizione -, acquistati purché fossero nei modi e nei linguaggi del Novecento. Oggi è divenuto una sorta di casa collezione del gran secolo italiano, che però alle volte rischia di diventare una «prigione, una bellissima prigione».
In questo racconto, che è innanzitutto il ritratto di un'epoca e una saga generazionale, l'autore ci fa entrare nelle sue stanze come ospiti invisibili, presentandoci i suoi amici più cari (quelli che mangiavano in cucina), i numerosi invitati a cena (mai in più di sei intorno al tavolo del soggiorno) - da Barbara Palombelli a Marina e Carlo Ripa di Meana, da Enrico Mentana a Massimo Cacciari, da Paolo Mieli a Walter To-bagi, solo per citarne alcuni -, i compagni di un tempo ormai allontanatisi, le ragazze (i cui polpacci si tendevano mentre salivano le scale che portavano al piano superiore, quello degli accadimenti privati), la madre.
Nella casa di via della Trinità dei Pellegrini, che ora si appresta a lasciare, un ventenne acerbo e furente è divenuto un uomo, che non è più di sinistra ma neppure di destra, aperto a tutto fuorché ai cretini.