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La via italiana al realismo. La politica culturale artistica del P.C.I. dal 1944 al 1956

Milano, Mazzotta, 1973, Cultura e classe, 4
cm 20.3x15, pp. 422-(2), [16] p. di illustrazioni in b/n, brossura illustrata
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INDICE


Introduzione    pag. 7

PRIMA PARTE: PER UNA TERZA PAGINA «ALTERNATIVA».
LINEA POLITICA E CRITICA D’ARTE NEL PCI DAL
1944 AL 1956    15


Capitolo I    15
Capitolo II    41
Capitolo III    63
Documenti I    93
Documenti II    131
Documenti III    149


SECONDA PARTE: PICASSO «IL PIU GRANDE PITTORE
DEI TEMPI NOSTRI»    189


Capitolo I    189
Capitolo II    219
Documenti I, II    235


TERZA PARTE: GRAMSCI O PICASSO? (ALLA RICERCA
DELLA TRADIZIONE NAZIONALE)    255


Capitolo I    255
Capitolo II    268
Capitolo III    282
Documenti I, II, III    299


Reprint Modena: 9 gennaio 1950    349
Bibliografia    377
Indice dei nomi    413
Indice delle illustrazioni nel testo    421
Indice delle illustrazioni fuori testo    422
L’esperienza italiana del realismo, con tutto ciò che comporta nel settore specifico della politica culturale del PCI, è da anni al centro d’una aspra polemica. Sterile dibattito peraltro, che, soffermandosi sulle ambiguità e contraddizioni del movimento artistico, si limita a recuperarne di volta in volta l’istanza populista, o a discriminare, con dubbi criteri di gusto, tra le singole opere e autori.


Si rinvia cosi la necessità d’una revisione critica globale e d’una compiuta storicizzazione, quale invece il presente libro cerca di suggerire attraverso la disamina e la documentazione dei nodi e dei momenti cruciali dell’ideologia pittorica dei realisti e di quella politica dei loro sostenitori.
Rammentiamo brevemente i temi fondamentali del lungo e articolato dibattito: la fronda fascista, l’appello al romanticismo e la fondazione di Corrente; la convergenza, di ideologie e di interessi, tra un PCI bisognoso d’una incidenza culturale e propagandistica e artisti e critici in cerca del suo sostegno e del suo mercato; l’«andare al popolo» e la battaglia contro l’intimismo e l’astrattismo, tacciati di misticismo; l’appello a contenuti di lotta e di classe e la penetrazione nel mercato borghese; il confronto con l’intellighenzia comunista francese, da Aragon a Fougeron, e l’equivoco recupero di Picasso in nome d’un suo presunto superamento del formalismo; la sua difesa dall’attacco sovietico e del PCF e la consunzione del mito del «piu grande pittore del nostro tempo»; la ripresa delle tesi del realismo socialista sovietico in polemica con le avanguardie storiche; l’ascesa del piccolo mito di Guttuso, mediatore di forma e contenuto, provinciale e cosmopolita; le distinzioni tra intellettuale urbano e rurale, tra realismo e neorealismo; il ritorno a De Sanctis, il problema Croce e l’insegnamento di Gramsci attraverso Alicata; la tradizione nazionale e regionale, il recupero del verismo ottocentesco; la riflessione sull’umanesimo, la autocelebrazione e stagnazione del movimento.
«L’arte o è popolare o non è arte», era il motto ostentato dal gruppo realista, che in questo libro non si vuol giudicare a priori, ma attraverso la ricostruzione obiettiva di cosa significò per quegli artisti, critici e politici il concetto di «arte» e quello di «popolare». L’attività dei critici e degli artisti militanti viene indagata da un lato sul filo della cronaca, dall’altro su quello della « costruzione dell’ideologia » del partito, in modo che i singoli momenti concorrono a formare una visione unitaria, ristretta fra due date estremamente significative per la storia del PCI.

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