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Fotografia e società. Riflessione teorica ed esperienza pratica di una allieva di Adorno

[Photographie et société], traduzione di Laura Lovisetti Fua


Torino, Einaudi, 1976, Nuovo politecnico, 81
cm 18x11.5, pp. XII-184-(4)-(4), [16] cc. fuori testo con 40 illustrazioni fotografiche, brossura
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         Indice
 

p. ix   Prefazione di Carlo Bertelli
 
         Fotografia e società

     3   Premessa
     7   Precursori della fotografia
   16   La fotografia durante la monarchia di Luglio
   30   I primi fotografi
   49   La fotografia durante il secondo Impero
   64   Reazioni e atteggiamenti degli artisti
          contemporanei nei confronti della fotografia
   77   Fioritura e decadenza del mestiere di fotografo
   84   La fotografia come mezzo di riproduzione
          dell’opera d’arte
   90   La fotografia giornalistica
   96   Nascita del fotogiornalismo in Germania
 117   Le riviste popolari negli Stati Uniti
 135   La fotografia come strumento politico
 148   La fotografia e la legge
 134   La stampa scandalistica
 163   La fotografia come espressione artistica
 170   I fotodilettanti
 181   Conclusione
Allieva di Adorno, arnica di Benjamin, fotografa di grande rinomanza (Au pays des visages, France, Mexique Précolombien, James Joyce in Paris. His final years) Gisèle Freund pubblicò a Parigi nel 1936 La fotografia in Francia nel secolo diciannovesimo, un’opera che, sulla falsariga dei saggi di Benjamin, sondava con ricerche di prima mano la cultura fotografica francese attraverso una gran messe di osservazioni sociologiche e di informazioni rigorose. Libro citatissimo quanto poco letto: in un certo senso era accaduto quanto la Freund aveva scritto di Moholy Nagy, e cioè che «due generazioni di fotografi sono state influenzate da lui, anche se non ne conoscono neppure il nome».
Il nuovo libro parte da quella lontana esperienza, misurata nell’attività di fotografa e ripensata alla luce degli scacchi che le speranze e le attese degli anni fra le due guerre hanno subito. Parte di là per riflettere tutto il mondo della fotografia e le sue applicazioni. «Fin dalle prime avventure fotografiche dell’Ottocento — scrive nella sua prefazione Carlo Bertelli - Gisèle Freund cerca di mettere a nudo la rapacità, la corsa ai guadagni, la sfortuna dei veri inventori. Come il borghese ama farsi vedere a tavola, e inventa il restaurant, questa grande istituzione del modo di vivere borghese, cosí ama essere visto in fotografia, diffonde, impone la propria immagine. Questo meccanismo è cosi insito a un modo di essere, che la stessa legge borghese ha difficoltà a proteggere l’intimità, l’esclusività, l’appartenenza della propria immagine nei casi piú gravi di violazione. A tutto ciò si oppongono la corrente di reciproca simpatia che lega fotografo e fotografato nell’opera di Nadar, la solitaria concentrazione nei ritratti di David Octavius Hill».
Fissato così il retroterra sociologico la Freund tocca un altro aspetto: la fotografia non conferma la teoria marxiana del rispecchiamento della realtà nella coscienza. Bisogna allora costruire la fotografia, andare al di là della semplice registrazione fotografica, poiché, come ha osservato Moholy Nagy, «la natura, vista attraverso la macchina fotografica, è diversa dalla natura vista dall’occhio umano. La macchina fotografica influenza la nostra maniera di vedere e crea una nuova visione».

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